12-04-2021 - Una gravissima emergenza quella che sta vivendo l’area della salute mentale in provincia.

La sezione di Belluno dell’AITSaM (Associazione italiana tutela salute mentale) lancia un grido d’allarme, che coinvolge, oltre agli assistiti, anche lo stesso personale medico dell’Ulss 1 Dolomiti: sotto i riflettori le scarse risorse regionali e la mancanza di medici.

«La situazione di abbandono che sta vivendo l’area della salute mentale è uno stigma non solo per le persone sofferenti, ma nei confronti degli stessi operatori di quest’area della salute. Non c’è attenzione alle ripetute richieste di attuare una effettiva territorializzazione delle strutture per la riabilitazione delle persone con disturbo psichico, che consentano loro un’adeguata ripresa di relazioni sociali e di abilità» avverte la sezione bellunese.

Proprio nei Centri di Salute Mentale (Csm) dell’Ulss provinciale mancano ben 8 medici psichiatri. «In servizio ce ne sono solo 4 a Feltre, 2 a Belluno (dopo recenti pensionamenti), 1 ad Agordo ed 1 a Pieve di Cadore, cui si aggiungono “gettonisti” da fuori provincia, presenti due volte al mese, che non possono assicurare la continuità di cura sul territorio. Mancano anche gli psicologi ed i tecnici per la riabilitazione che non si sono mai visti» spiega il direttivo.

«Il problema oggi è tenere aperti i reparti e garantire l’urgenza del Pronto Soccorso», aggiunge l’associazione, lamentando anche altri pensionamenti in vista e l’impossibilità gestire progetti a medio o lungo termine. «E questo a fronte di una crescente domanda (soprattutto di giovani e anziani) con circa 4.000 persone assistite. Le cose hanno finora retto solo per la buona volontà degli operatori, ma la situazione non è più sostenibile».

Quali le soluzioni? «Occorrono risorse adeguate, poter incentivare economicamente gli psichiatri per attrarli in provincia, sponsorizzare le specializzazioni di giovani psichiatri con un vincolo di servizio di almeno alcuni anni nell’Ulss 1».

Altri punti problematici sono la “ghettizzazione” dei pazienti, a dire del direttivo: a Belluno il Centro Diurno e la Comunità Terapeutica Residenziale Protetta si trovano a San Gervasio, dislocati nella struttura ospedaliera; lo stesso a Feltre, dove da decenni si sta chiedendo lo spostamento dall’attuale fatiscente struttura di Borgo Ruga. In tale caso si sta pensando allo spostamento a Pullir di Cesiomaggiore dove è già prevista anche la riconversione in Residenza Socio Sanitaria Protetta (Rssp) della Comunità Alloggio estensiva Pullir 4. «Queste Rssp volute dalla Regione Veneto sono da noi ritenute una sorta di "manicomietti" di nuova formulazione, poiché è negata la possibilità di riabilitazione alle persone e le stesse vengono sostanzialmente isolate e destinate all'oblio sociale».

Anche i casi giovanili avrebbero strutture inappropriate, con ricoveri nel reparto di psichiatria, e non vi sono comunità riabilitative per minorenni in provincia, costringendo i pazienti ad andare addirittura fuori regione.

«Ancora, è ormai palese l’effetto Covid anche sulla stabilità psicologica e sulla salute mentale. Sarà la pandemia l’occasione per affrontare davvero questi problemi che stanno esplodendo? Magari usando anche le risorse del Recovery fund?», chiede l’associazione.

Proprio l’effetto della pandemia sulla salute è stato oggetto del convegno dello scorso 13 marzo “La salute mentale durante e dopo il Covid” promosso dal coordinamento Salute Mentale Veneto, nel quale è stato sottolineato che, fra le conseguenze della emergenza sanitaria e sociale, gli effetti sulla salute mentale sono stati purtroppo sottovalutati.

La stessa Regione ha fatto registrare un progressivo impoverimento delle risorse dedicate alla salute mentale. I dati più recenti mostrano che la spesa in Veneto per l’area della salute mentale è la più bassa in Italia, dopo la Basilicata, con 54,5 € per residente (solo il 2,5% della spesa sanitaria), quando la media italiana è di 78,1 € (il 3,6% della spesa sanitaria).

 


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