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IL MESSAGGIO SINODALE
LONGARONE - 4 DICEMBRE 2005

La vocazione alla carità - Messaggio sul volontariato
La parola stessa “volontariato” richiama immediatamente alla nostra mente una realtà positiva e suscita nell’animo di tutti un sentimento diffu-so e convinto di gratitudine, con la quale vogliamo in questo momento raggiungere quanti, nelle forme più varie, si impegnano in una dedizione generosa e gratuita. Il nostro “grazie” riconosce l’opera dello Spirito San-to, che suscita in ogni tempo energie nuove e distribuisce doni che noi neppure sapremmo immaginare. Durante il lungo cammino del Sinodo abbiamo raccolto tante voci, che hanno espresso una giusta consapevolez-za per le ricchezze del volontariato. Da quelle voci abbiamo raccolto un invito a far circolare, anche nella vita quotidiana della Chiesa, i valori che sostengono la solidarietà e mettono concretamente al centro i più poveri, gli ultimi, gli emarginati.

Crediamo che nella valutazione positiva dei bellunesi confluiscano al-meno tre convinzioni da noi pienamente condivise.
Vediamo nell’impegno che si realizza nella solidarietà attiva del volon-tariato una forma efficace di presenza della fede nella vita. Come si dice spesso: un modo pratico di vivere la testimonianza.

Al secondo posto collochiamo l’esperienza, tante volte verificata, che ci ha mostrato come nel volontariato ci sia un buon terreno per l’incontro tra credenti e non credenti, uniti da valori importanti. E poi condividiamo un comprensibile orgoglio, sapendo che la nostra terra ha visto una fioritura generosa proprio nelle iniziative di volontariato, grazie alle quali ci si è fatti carico di molteplici bisogni dei nostri conterranei. Così si è continua-ta in forme nuove una solidarietà antica.

Tuttavia non chiudiamo gli occhi e vediamo anche nuvole scure che si addensano proprio sulla realtà luminosa del volontariato.
Notiamo stanchezza e crisi. Il numero dei volontari sta diminuendo. Sfugge un lamento: «Siamo sempre i soliti e sempre più vecchi». C’è una constatazione diffusa di non essere capaci di coinvolgere i più giovani.
Oggi aumentano le donazioni di denaro e diminuiscono quelle del tem-po da porre a disposizione degli altri. Avere a cuore il problema – l’I care di don Milani – è tutt’altra cosa.
Talvolta affiora una certa confusione per cui non si sa più bene cosa è volontariato e cosa è impresa non-profit o forme di servizio civile. Qual-cuno avanza il dubbio che si stia perdendo il valore limpido della gratuità senza la quale il volontariato non esiste più.

Non ci sarebbe solo una crisi di stanchezza, ma una vera crisi di identi-tà. La testimonianza quotidiana della gratuità consente di rimanere fedeli al valore fondativo del volontariato perché non si crei confusione e non si azzeri la cultura del dono.
Per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo per-sonale, spontaneo e gratuito, senza fine di lucro anche indiretto ed esclu-sivamente per fini di solidarietà.
Il Sinodo continua a pensare che il volontariato sia una grande risorsa e una ricchezza irrinunciabile. Per questo vorrebbe contribuire ad un nuovo slancio, innanzitutto indicando ai cristiani questa forma sempre fresca di fraternità. Ma c’è pure il desiderio di continuare il dialogo con tanti uomi-ni e donne di buona volontà che stimano i grandi valori che stanno alla ba-se del volontariato e vi dedicano tempo e risorse.

Sentiamo che oggi c’è bisogno di fare un passo avanti. Si potrebbe dire che in questo momento c’è bisogno di rinnovare la cultura del volontaria-to. La domanda da affrontare suona così: «Il volontario si colloca in posi-zione di pura supplenza o vuol fare da apripista?». La supplenza, talvolta indispensabile, occupa gli spazi lasciati vuoti dalla società e della Stato, spazi che nella crisi dello stato sociale e in alcune situazioni delle nostre vallate, segnate dalla solitudine, si stanno dilatando. L’apripista esplora territori nuovi, sta in ascolto di nuove povertà e nuovi bisogni, coglie op-portunità nuove per realizzare lo scopo irrinunciabile del volontariato che è la “solidarietà”. La solidarietà ai nostri occhi ha la concretezza che le ha dato la parola di papa Giovanni Paolo II: «La solidarietà è la determina-zione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (Sollicitudo Rei Socialis 38).

Non ci si può illudere di veder rifiorire il volontariato come fiorisce una pianta spontanea. Il volontariato è anche fatica, impegno competenza e dono, mentre le povertà, vecchie e nuove, sono dure, difficili, esigenti. Il volontario non è uno che rassicura, ma inquieta. Mentre lavora e si impe-gna, guarda attorno, studia, riflette e scopre le cause di alcune cose che non vanno. Si rende conto di meccanismi sociali difettosi. Si convince che se non dedichiamo ai più deboli un “di più” di attenzione e di risorse, non camminiamo verso la giustizia, anzi ce ne allontaniamo colpevolmente.

Per questo chiede di essere ascoltato e sa di poter dire una parola anche nel momento in cui si provvede alle causa della povertà e dell'emargina-zione, alla tutela e alla promozione dei diritti, soprattutto delle persone più deboli. Chi si farà carico di dare voce a tutti coloro che vivono concreta-mente la solidarietà? Concretamente, esistono organismi deputati alla formazione permanente dei volontari e le stesse organizzazioni si prodi-gano alla formazione dei propri volontari. Dobbiamo impegnarci per ve-dere quale è il terreno per un lavoro comune nel quale la Chiesa mette a disposizione il proprio contributo e la propria esperienza.

La formazione non può trascurare il capitolo personale. Il volontario in-fatti assume alcuni valori, ma sa di non poterli vivere soltanto nelle poche ore di servizio effettivo. Quei valori diventano per lui uno stile che lo ac-compagna in tutta la vita. Egli allora si sforza di vivere in modo nuovo e fugge l’ipocrisia. Si è volontari ventiquattro ore su ventiquattro, anche se il tempo di impegno concreto è necessariamente limitato ad alcune ore settimanali o mensili.
Quindi si deve essere cittadini a pieno titolo, persone consapevoli di di-ritti e doveri, persone che si assumono la loro responsabilità all’interno delle comunità, che, come prevede l’articolo 3 della nostra Costituzione, vedono la solidarietà come un dovere di tutti e non solo dei buoni e bravi.
Crediamo poi che i valori che ispirano il volontariato non sono un pa-trimonio privato ed esclusivo, ma costituiscono un patrimonio ideale che dovrebbe ispirare e guidare la società nel suo insieme. Il volontariato la mette in moto perché avverte che la società non funziona in maniera sod-disfacente: ci sono ingiustizie, disuguaglianze ingiustificabili, sofferenze, emarginazione.

Rivolgiamo infine un appello ai professionisti dei vari rami per un pas-so in avanti in direzione della gratuità: prestino la loro opera in favore dei più bisognosi in modo totalmente o parzialmente gratuito, con quella sa-pienza che non trascura mai gli aspetti educativi presenti in tali iniziative.
Il messaggio sinodale parte già con una speranza forte. Dal rilancio del volontariato dovrebbe farsi sentire in maniera più comprensibile – con il linguaggio credibile delle opere – la parola che ci anima in questo passag-gio: «Tu non morirai mai!».



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